L’ANTIDOTO CONTRO LA CRISI? RIMBOCCARSI LE MANICHE! La storia di due giovani imprenditrici modenesi che hanno unito le loro forze

Di crisi economica sentiamo parlare quasi ogni giorno, da qualche anno a questa parte. E ormai tutto, anche quel che con la crisi c’entra poco o nulla, pare voler essere ricondotto ai dati poco confortanti dell’andamento delle borse e alla difficile ripresa dei mercati. Senza la pretesa di voler togliere gravità a questi anni di recessione che hanno visto colpiti al cuore alcuni settori economici e finanziari, non possiamo non gioire tutte le volte che qualcuno trova una strada per farcela e rimettersi in moto. Non parliamo di eroi che hanno scalato montagne a mani nude o profeti che hanno camminato sulle acque o diviso in due un mare per portare in salvo un popolo. A infonderci fiducia e ad appassionarci bastano le storie di uomini e di donne che si sono reinventati per scavalcare gli ostacoli; quelli che davanti a un “no!” non hanno perso la voglia di riprovarci. Una storia come quella di Simona Cigarini e Serena Bonicelli, due grafiche cresciute professionalmente in un’azienda modenese caduta in difficoltà, che un giorno hanno raccolto il coraggio e ne hanno fondato una tutta loro. Si chiama iNSTUDIO, e nonostante la giovane età vanta già importanti collaborazioni con prestigiosi marchi di produzione ceramica e un catalogo originale di carte da parati d’autore.   

Ad accogliermi, per le scale, quando passo a trovarle a Formigine, in provincia di Modena, dove ha sede la loro nuova azienda, trovo il muso di una giraffa dipinta sulla parete che allunga il collo per curiosare. “È la nostra portinaia!” mi dicono appena le raggiungo.

In quel luogo, che più che la sede di un’azienda pare l’atelier di un pittore parigino a metà degli anni Cinquanta, al posto di convenzionali scrivanie asettiche e tristi scaffali si trovano suggestivi pezzi di automobili e oggetti unici riciclati, tavole di legno di cantieri lavorate e ridipinte, materiali di vecchie installazioni, la canna di un fucile che fa da reggi lampada, una bicicletta fatta a mano e un vecchio frigo funzionante.

 “Siamo arrivate qua a marzo del 2014” dice Serena mentre entrambe si guardano attorno quasi per assicurarsi che tutto ciò che le circonda sia vero. “Le aziende per le quali lavoravamo si sono dapprima unite, poi hanno avuto un triste destino e sono fallite.”

Di cosa vi occupavate?     

“Entrambe facevamo grafica per il settore ceramico. Ma in seguito al crollo delle produzioni, queste aziende non ce l’hanno fatta, e prima di rimanere senza lavoro abbiamo preso questa decisione.”

Inizialmente furono in tre a pensare di affrontare la crisi con un salto importante. Serena, Simona e un ragazzo che nell’azienda dove si sono conosciute ricopriva il ruolo di art director.

E se facessimo qualcosa di nostro?! si erano detti un giorno quasi per scherzo o per provocazione. E così hanno fatto.

Poi cosa accadde?

“Eravamo molto legati ai nostri vecchi titolari e nonostante fossimo allora già coscienti del fatto che l’azienda navigasse in cattive acque, abbiamo sperato fino all’ultimo in una ripresa e vissuto questo nostro progetto segreto con tanti sensi di colpa. Finché un giorno ci siamo resi conto che se non avessimo preso una decisione in tempo, ci saremmo trovati fuori dall’azienda tutti, assieme a una sessantina di colleghi, come orfani in cerca di nuova famiglia.”

Quello fu il momento più difficile?

 “Sì, perché avevamo percorso un pezzetto di strada assieme ed è sempre difficile scegliere di cambiare strada, ma trovammo il coraggio di prendere un appuntamento coi nostri datori di lavoro. Eravamo noi da una parte, loro dall’altra. Consapevoli di essere in quel momento l’unico ufficio grafico di cui potessero disporre e consci del fatto che la nostra uscita avrebbe causato ulteriori difficoltà all’azienda. Ma non ci pagavano gli stipendi da mesi e nel silenzio imbarazzante dei primi minuti ci siamo fatti forza e qualcuno di noi ha detto Vorremmo aprire qualcosa di nostro!

Quale fu la loro reazione?

“Questa ci sorprese davvero. Pensavamo di vederli arrabbiati, disperati e invece tirarono un sospiro di sollievo e dissero Perfetto, allora chiudiamo il reparto grafico! La verità era che quel reparto lo tenevano aperto per non lasciare a casa noi, ma erano in procinto di licenziarci. Così siamo partiti in modo rocambolesco costruendo qualcosa che non sapevamo dove ci avrebbe portati. Come quando pesti una buccia di banana che ti fa fare uno scivolone verso qualcos’altro e non riesci a capire se una volta arrivata in fondo sarai ancora in piedi oppure no. Così ci siamo costruiti una scialuppa di salvataggio per salvarci dalla nave che stava affondando, e non ci eravamo neppure resi conto di quanto fossimo già sprofondati, perché nel giro di due settimane, la nostra vecchia azienda serrò i battenti.”

 

Perché avete scelto una mansarda per mettere la sede della vostra nuova azienda?

“Ci piaceva tutto questo spazio aperto e luminoso a disposizione. A metà pomeriggio entra il sole ovunque e queste finestre a ovest ci regalano dei tramonti bellissimi.” Precisa Simona. “Lo abbiamo costruito come uno spazio nostro,” continua Serena, “senza pensare che un giorno ci sarebbero venuti dei clienti. Cercavamo qualcosa che fosse affrontabile dal punto di vista economico ma allo stesso tempo accogliente. Qui abbiamo costruito tutto noi, come se fosse la nostra abitazione. Quelle mensole…”

E mi mostra il fascino di vecchie tavole di legno restaurate e dipinte affisse alla parete. “…si trovavano in casa mia dove i muratori stavano ristrutturando. Le avevano usate per il trasporto del materiale e ci erano passati sopra con le carriole. Noi le abbiamo riciclate.”

questa scrivania? Domando davanti alla parte anteriore di una jeep rossa fiammante lucidata a nuovo, con sopra un piano di cristallo che trasforma quel che solo in apparenza può sembrare un rottame, in un’originalissima scrivania con tutti i confort.

Le due si guardano e sorridono.

“Avevo visto una cosa simile in una rivista d’arredo ed ero alla ricerca di una vecchia jeep per prendermene un pezzetto.” Racconta Serena. “Avevo chiesto alla carrozzeria qui sotto ma sapevamo che non era cosa semplice. Poi dopo un paio di giorni mi chiama Simona e mi dice che hanno trovato la jeep. È stata tagliata, dipinta e assemblata.”

Dopo qualche anno di assestamento, la squadra di oggi com’è composta?

“Quel che eravamo due anni fa, oggi non lo siamo più. L’azienda non è qualcosa di statico, ma  continua a cambiare e deve sempre ricercare un nuovo equilibrio. Oggi siamo tutte donne. Tutte con una storia simile alle spalle. Orfane di altre aziende che ci hanno dato l’esperienza e poi, loro malgrado, ci hanno lasciate per strada.”

Più che dei grafici sembrate degli artisti.

“Alcuni clienti ci hanno definito una boutique. Però, da noi puoi trovare un aspetto artistico e anche tanta concretezza. Abbiamo dei clienti che si entusiasmano e che in fiera hanno esposto il nostro logo, vantando la collaborazione artistica con noi.”

Hanno percepito il valore aggiunto delle vostre grafiche?

“Forse sì. Fanno i complimenti a Simona per gli acquerelli che ha disegnato. In questo momento ci coccolano molto e vediamo che il potenziale per crescere c’è. Noi non viviamo per il lavoro e per diventare delle star. Lavoriamo perché ci piace quel che facciamo. Non siamo donne in carriera, non siamo fenomeni. Ci piace anche vivere la vita fuori dal lavoro.”

Siete nate nel settore delle ceramiche e ora avete aperto anche una linea di carte da parati. Qual è stato il passaggio?

“Nessun passaggio. Facciamo entrambe le cose. Collaboriamo con marchi prestigiosi di produzione ceramica, ma da qualche anno abbiamo inaugurato un catalogo di grafiche anche per le carte da parati.”

Poi mi offrono un caffè in un comodo salotto e mentre guardiamo i colori del tramonto dalle finestre a ovest, mi raccontano quanto sia stato importante creare un team per affrontare un mercato sempre più esigente e attento in un mondo dove rischi di essere fagocitato da un momento all’altro come fa il pesce grosso quando mangia il pesce piccolo. Ma la natura dimostra che anche i pesci piccoli, se uniti, possono ottenere il rispetto di un pesce più grande.